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Copertina di La Veglia
Estratto · La Veglia

Prologo

La coscienza dentro il mostro

Prima di diventare un mostro, ho avuto un nome.

Adesso, dietro il vetro, contano altro. Dicono «soggetto», «unità», «minaccia contenuta». A volte, se la maschera gli appanna gli occhiali, dicono solo «quella».

Io sono ancora Clara.

Non lo dico con la bocca. La bocca non è più mia. Apre, chiude, cerca, strappa, deglutisce cose che la mente si rifiuta di nominare. Io resto dall’altra parte, in fondo al cranio, e guardo.

Se cercate sangue, ne troverete. Se ne secca sotto le unghie, negli angoli della bocca, nelle fughe delle piastrelle. Ma non è quello che resta. Resta il momento dopo, quando il corpo ha finito e tu sei ancora lì.

C’è una differenza tra morire e perdere il comando. Io non sono morta. Sono rimasta chiusa dentro.

All’inizio l’ho scambiato per un incubo. Poi ho capito che un incubo almeno si spezza. Questo no. Ogni volta tornavo nello stesso punto: dietro gli occhi.

Le mani — le mie — si chiudevano su un collo. C’era odore di ferro, sudore, saliva, e quel dolce marcio che arrivava un attimo prima del morso. Provo a urlare. Esce solo un verso basso, bagnato. Non mi somiglia.

Fuori fanno finta che dentro non ci sia più nessuno. Gli serve. Se ammettessero che guardiamo ancora, che ricordiamo ancora, dovrebbero guardare meglio anche il resto: la canna del fucile, il foro netto, il sollievo che arriva un attimo dopo. Non sempre sparano per difendersi.

Questa non è la storia di come finisce il mondo. È la storia di quello che non si spegne.

Io, Clara Rinaldi, sono ancora qui. Dall’altra parte del vetro c’è una donna in camice. Un giorno alzerà gli occhi nel momento giusto e capirà che nei miei non c’è vuoto.

Sarà lì che comincerà l’orrore. Non quando apro la bocca. Quando qualcuno capirà che posso ancora rispondere.

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